11 anni di guerra in Siria

A 11 anni esatti dallo scoppio della guerra in Siria, il 60% della popolazione soffre la fame, con i prezzi dei beni alimentari che sono raddoppiati nell’ultimo anno. Alla povertà e alla pandemia si è aggiunta anche la guerra in Ucraina ad aggravare ulteriormente la situazione. Al momento 12,4 milioni siriani vivono in una condizione di insicurezza alimentare, il lavoro minorile è aumentato nell’84%, mentre i matrimoni del 71%. Il paese fino ad oggi ha fatto affidamento sulle importazioni di cibo dalla Russia, ma ora, con la crisi ucraina, i prezzi alimentari potranno diventare ancor più proibitivi. Il Governo infatti ha deciso il razionamento  delle riserve alimentari e non solo: oltre al grano, zucchero, riso e carburante. Questo è l’allarme lanciato da Oxfam. 

La guerra in Siria 

Tutto ebbe inizio nel febbraio 2011, quando migliaia di persone manifestarono pacificamente per chiedere le dimissioni del presidente  Bashar al-Assad e l’eliminazione della struttura istituzionale monopartitica del Ba’ath.

Il 15 marzo 2011 in Siria iniziarono le varie mobilitazioni pacifiche in tutto il paese contro il governo, ma le forze del presidente  Bashar al-Assad iniziarono sparare sulla folla. Da quel momento le rivolte contro il regime si diffusero in tutto il paese, da Aleppo a Damasco. Università e moschee diventarono l’epicentro della rivolta. L’ Occidente , alcuni Paesi arabi e la Turchia si schierarono a favore dei ribelli, mentre la Russia con il regime di Assad. 

La rivoluzione si trasformò in un conflitto sempre più radicalizzato tra esercito fedele al presidente Assad e i gruppi armati dell’esercito siriano libero. Quest’ultimo, nel 2013 fu sostituito da forze islamiste e jihadiste, a partire dal Fronte Al Nusra. 

Nel 2014 arrivò la proclamazione del califfato islamico tra Siria ed Iraq e molti territori andarono sotto il controllo dell’Isis. La svolta del conflitto a favore di Assad arrivò con l’intervento militare della Russia, durato due anni. 

Nell’ottobre 2017, dopo la prima incursione turca nel nord della Siria in funzione anti-curdi, la Turchia mise “12 posti di osservazione”, nella provincia di Idlib. L’obiettivo era estendere l’influenza turca nel nord della Siria e prevenire un eventuale attacco delle forze di Assad.

Nel 2018 Russia e Turchia raggiunsero l’accordo per creare una zona demilitarizzata, all’interno della provincia di Idlib. Ma nessuno rispettò a pieno i termini dell’intesa.

Nel 2020 le due parti raggiunsero il cessate il fuoco. Sullo sfondo delle relazioni tra i due Paesi vi sono interessi commerciali, in particolare nel settore energetico e militare. Mosca è infatti il secondo partner commerciale di Ankara, con un valore, per gli scambi, di 26 miliardi di dollari, in particolare in cereali e gas.

A maggio 2022 il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato una nuova operazione militare lungo i suoi confini meridionali per creare una “zona di sicurezza” di 30 chilometri e contrastare le minacce terroristiche in quella zona. La risposta della Russia non si è fatta attendere, invitando Ankara di abbandonare l’idea di condurre un’operazione militare nel nord della Siria, a danno dei curdi.

La gravissima situazione umanitaria

Il conflitto ha causato centinaia di migliaia di morti,  sfollamenti di massa e distruzione di infrastrutture civili. La forte recessione dell’economia siriana, la svalutazione, l’aumento dei prezzi, il tasso di disoccupazione elevato hanno portato ad un grande aumento dell’insicurezza alimentare.
Le infrastrutture civili e i servizi pubblici, tra cui l’approvvigionamento idrico, l’elettricità, scuole e sanità sono state fortemente impattate dal conflitto,  il 42% della popolazione fa affidamento su fonti d’acqua non sicure.

Le principali vittime della guerra in Siria sono i bambini e le bambine. Secondo le stime di Save The Children quasi 12.000 bambini e bambine sono stati uccisi o feriti . Attualmente 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria, 2,5 milioni di bambine e bambini non vanno a scuola e quasi 800.000 sono malnutriti.

Rischio proroga la risoluzione degli aiuti umanitari

Il 10 luglio scadrà la risoluzione del Consiglio di sicurezza che consente alle Nazioni Unite di fornire aiuti umanitari ad almeno quattro milioni di persone, tra residenti e sfollati interni, nella Siria nordoccidentale.

In caso di mancata proroga, sarebbe una catastrofe umanitaria: a causa degli ostacoli posti dal governo siriano all’accesso ai diritti economici e sociali, la popolazione dell’area interessata è completamente dipendente dagli aiuti internazionali.

Oltre un milione e mezzo vive in 1414 campi profughi e nel 58 per cento dei casi si tratta di bambini. Da sei anni vivono in tende minuscole che non isolano minimamente dal freddo e dal caldo. L’acqua, quando arriva, è meno della metà della quantità necessaria e solo il 40 per cento dei profughi ha a disposizione latrine funzionanti. Inoltre, le autorità siriane impediscono loro di tornare nei luoghi di origine, ma rimanere nei campi del nordovest del paese significa sopravvivere in condizioni insopportabili, in preda alle malattie e alla violenza di genere.

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Immagine di copertina: Save The Children