Annalisa Catapano

Blog di approfondimento

Afghanistan, il genocidio degli Hazara

Gli Hazara sono l’etnia più perseguitata dell’Afghanistan. Questo li ha resi bersaglio di massacri e persecuzioni. L’ultimo è stato denunciato da Amnesty International. Secondo quanto ricostruito dai ricercatori e dai testimoni oculari, tra il 4 e il 6 luglio i talebani hanno massacrato nove uomini di etnia Hazara dopo aver preso il controllo della provincia afgana di Ghazni.

Oltre alle uccisioni di luglio, da qualche giorno è stata denunciata la sparizione di Hope Hazara, una governatrice del distretto di Charkint e conosciuta per la resistenza ai talebani.

Il genocidio degli Hazara

Hazara significa ” mille”. Fino al 1880 rappresentavano circa il 67% di tutta la popolazione afghana. Poi a seguito di persecuzioni e uccisioni sono diventati circa il 9% della popolazione. Da organizzazioni come Human Rights Watch, lo sterminio degli Hazara è stato considerato un vero e proprio genocidio.

Il pretesto più usato è la questione religiosa: gli Hazara sono sciiti in un paese a maggioranza sunnita.

Prima del regno di Amir Abdul Rahman, durato dal 1880 al 1901, gli Hazara erano dei proprietari terrieri e ricchi allevatori. Una volta arrivato al potere Rahman, le tribù sunnite iniziarono una serie di attacchi e assassini da parte egli sciiti.

I Pashtum occuparono le terre fertili e gli Hazara emigrarono nelle terre più incolte. Sotto il regno di Amir Abdul Rahman circa il 60% di tutta la popolazione hazara venne eliminata. Agli inizi del 900 metà degli Hazara era quasi scomparsa, quelli rimasti erano relegati alle mansioni più umili: pastori, domestici, spesso veri e propri schiavi.

Le persecuzioni si placarono quando la Russia invase l’Afghanistan. Ma ripresero appena scapparono i russi. E le stragi continuano ancora tutt’oggi per mano dei talebani.

Le violenze di luglio denunciate da Amnesty International

Il 3 luglio con l’intensificarsi degli scontri tra i talebani e le forze governative, 30 famiglie del villaggio di Mundarakht hanno lasciato le loro abitazioni e hanno raggiunto i loro pascoli estivi in montagna.

La mattina dopo, quattro uomini e quattro donne sono tornati nel villaggio, dove hanno trovato le loro case saccheggiate e i talebani in attesa del loro arrivo.

Wahed Qaraman, 45 anni, è stato tirato fuori dalla sua abitazione. I talebani gli hanno spezzato braccia e gambe, gli hanno sparato alla gamba destra, gli hanno strappato i capelli e lo hanno colpito al volto con un oggetto appuntito.

Jaffar Rahimi, 63 anni, è stato accusato di lavorare per il governo afgano solo perché gli hanno trovato delle banconote in tasca. Lo hanno strangolato con la sua sciarpa. Le persone presenti al funerale hanno dichiarato che il suo corpo era pieno di ferite e i muscoli erano usciti da entrambe le braccia.

Sayed Abdul Hakim, 40 anni, è stato prelevato dalla sua abitazione. I talebani lo picchiato coi bastoni e coi calci dei fucili, gli hanno sparato due volte a una gamba e due volte al petto, poi si sono disfatti del corpo in un vicino torrente.

Gli altri tre uomini sono rimasti uccisi ai posti di blocco dei talebani nei due giorni successivi.

Ad Ali Jan Tata hanno sparato al petto, a Ghulam Rasool Reza al collo. Il petto di Zia Faqeer Shah era così dilaniato di colpi che non è stato possibile ricomporre il corpo per il funerale.

Le ultime tre vittime sono Sayyed Ahmad, 75 anni, che aveva dichiarato a tutti che i talebani non gli avrebbero fatto nulla perché era anziano, ucciso con due proiettili al petto e uno su un fianco mentre andava a nutrire il suo bestiame; Zia Marefat, 28 anni, sofferente di depressione, ucciso con un colpo alla tempia; e Karim Bakhsh Karimi, 45 anni, un uomo con disturbi mentali rimasto nel villaggio e ucciso con un colpo alla nuca.

Questi crimini purtroppo rischiano di rimanere nascosti e impuniti. Il 24 agosto il Consiglio Onu dei diritti umani si è rifiutato d’istituire un meccanismo indipendente di monitoraggio sui crimini di diritto internazionale in corso nel paese dopo la salita al potere dei talebani.

Tale meccanismo era stato richiesto dalla Commissione indipendente per i diritti umani dell’Afghanistan, dall’Alta commissaria Onu per i diritti umani, dalle Procedure speciali Onu sui diritti umani e da una serie di attori della società civile, tra cui Amnesty International. Sollecitato anche dall’Italia, avrebbe consentito il monitoraggio e la denuncia delle violazioni dei diritti umani e avrebbe potuto contribuire a portare i responsabili di fronte alla giustizia.

Invece il Consiglio Onu si è limitato ad adottare una blanda risoluzione che si limita a chiedere ulteriori rapporti e un aggiornamento da parte dall’Alta commissaria Onu per i diritti umani nel marzo 2022, poco più delle attività già in atto.

 

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Immagine di copertina: Amnesty International

 

Fonte: Amnesty International 

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