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Colpo di stato in Myanmar, arrestata Aung San Suu Kyi

Il 1 febbraio, giorno in cui il Parlamento birmano avrebbe prestato giuramento,  l’esercito del Myanmar ha preso il potere e ha dichiarato lo stato di emergenza per un anno per indagare sulle presunte frodi elettorali. La presidenza ad interim sarà ricoperta dal generale in congedo, Myint Swe.
Nelle prime ore del mattino sono stati arrestati Aung San Suu Kyi, capo di stato de facto di Myanmar, e altri dirigenti centrali e regionali della Lega Nazionale per la democrazia (LND), il partito che ha vinto le elezioni dell’8 novembre 2020.

I militari contestano la vittoria schiacciante della LND

Nelle scorse elezioni del 20 novembre LND aveva ottenuto  una vittoria schiacciante con 368 seggi su 434, mentre il partito di opposizione, sostenuto dai militari, il Partito per la Solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), aveva ottenuto 24 seggi.

I militari sin da subito hanno contestato la vittoria schiacciante con il pretesto della regolarità dell’elezioni, sostenendo la presenza di brogli a favore del premio Nobel Aung San Suu Kyi.

Le reazioni internazionali

Immediate sono state le reazioni internazionali: il Segretario delle Nazioni, Antonio Guterres, ha definito il golpe ” un grave colpo alle riforme democratiche del Paese”.

Anche il segretario di Stato, Anthony Blinken, ha chiesto l’immediato rilascio dei membri del governo e della leader Aung San Suu Kyi.

L’Unione Europa attraverso le parole dell’alto Rappresentante, Josep Borrell Fontelles, ha condannato il golpe, chiedendo il rilascio dei detenuti.

Un pò di storia

L’esercito ha guidato il Myanmar dal 1962 al 2008. Il generale Ne Win, eletto dal consiglio rivoluzionario delle forze armate, instaurò un regime autoritario e monopartitico, procedette con la nazionalizzazione delle attività industriali ed estrattive gestite dalle compagnie straniere, delle banche e del commercio. Queste opzioni portarono il paese a un progressivo isolamento. Dopo una dura repressione delle minoranza cristiana dei karen e la violenta risposta militare ai moti di protesta popolare e studentesca, il generale Ne Win e  San Yu  furono costretti a dimettersi (1988),

Due mesi dopo, un altro golpe  militare guidato dal generale Saw Maung portò al potere l’ala più oltranzista del regime. Maung attuò una forte repressione e rifondò il partito Unità Nazionale. Il governo militare decise anche di mutare il nome in Myanmar.

Nel maggio 1990 si tennero le prime elezioni a regime pluripartitico, che sancirono la netta sconfitta del partito militare Unità Nazionale, e la schiacciante vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia, guidato da Aung San Suu Kyi. I militari non accettarono i risultati elettorali e ristabilirono il loro potere e perseguitarono la Lega e la suo leader.

Nel 2003 il generale Khin Nyunt divenne primo ministro, incaricandosi di avviare il paese verso nuove elezioni libere. Ma accusato di corruzione, fu sostituito nel 2004 da un altro militare, il generale Soe Win cui seguì, nel 2007, Thein Sein.

Nel 2008, a seguito una violenta repressione delle manifestazioni guidate dai monaci buddisti, fu approvata la nuova costituzione, seguì il pacchetto di provvedimenti con cui fu annullato il risultato del 1990 e fu impedita la candidatura di Aung San Suu Kyi.

Nel 2010 si tennero nuove elezioni, in quell’occasione i militari dichiararono di aver ottenuto l’80 percento dei seggi. Ma quelle elezioni furono contestate per brogli.

Dopo le elezioni, il governo concesse diverse riforme volte a ottenere una democrazia liberale e un’economia mista. Aung San Suu Kyi fu rilasciata, furono liberati circa 200 prigionieri politici, fu istituita una Commissione Nazionale per i Diritti Civili.

L’8 novembre 2015 si sono svolte le elezioni parlamentari, le più democratiche dal 1990, che hanno visto la vittoria della Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi.

 

Immagine di copertina: BBH Union Myanmar