Annalisa Catapano

Congo, lo sfruttamento dei minori nelle miniere di cobalto e la complicità delle multinazionali

Da anni in Congo si consuma lo sfruttamento dei minori nelle miniere di cobalto.   I bambini scavano le miniere a mani nude e sono costretti a trasportare sacchi anche di 20 e 40 kg La maggior parte lavora 12 ore al giorno senza alcuna protezione  per guadagnare fino a 1 -2 euro all’ora. Molti hanno dovuto abbandonare la scuola perchè i genitori non sono in grado di sostenere le tasse scolastiche. Tutto questo avviene nella totale indifferenza di diverse multinazionali che utilizzano il cobalto per produrre i  prodotti elettronici. 

Nel 2017 Amnesty International e Sky News avevano denunciato la situazione dei minori nelle miniere con un reportage drammatico.
Ma già dal 2014 l’Unicef denunciava la presenza di circa 40, 000 bambini nelle miniere. 

Il 31 agosto 2017  il ministro del Lavoro e del Benessere sociale, Lambert Matuku Memas, accogliendo le raccomandazioni presentate in un rapporto pubblicato nel 2016 da Amnesty International e Afrewatch, annunciò che il governo avrebbe  adottato una strategia nazionale con l’obiettivo di porre fine entro il 2025 al lavoro minorile nelle miniere artigianali della Repubblica Democratica del Congo.

L’indifferenza e la responsabilità delle multinazionali 

Il cobalto è tra i minerali più richiesti dalle grandi industrie elettroniche. Tutte le aziende di telefonia lo utilizzano   per fabbricare  cellulari, tablet, computer portatili e altri materiali elettronici. Secondo le stime del governo, il 20% del cobalto attualmente esportato dalla RdC proviene da minatori artigianali nella parte meridionale del paese.

Già nel 2016 Amnesty International e  Afrewatch accusarono apertamente sedici multinazionali Ahong, Apple, Byd, Daimler, Dell, Hp, Huawei, Inventec, Lenovo, Lg, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen et Zte , in quanto non erano in grado di affermare che il cobalto che utilizzavano non era quello estratto dai bambini.  Una situazione paradossale dettata dall’indifferenza e dalla volontà di fare alti profitti a bassi costi. In quell’occasione Amnesty International sottolineò la mancanza di un regolamento nel mercato globale del cobalto non inserito nemmeno nella lista dei “minerali dei conflitti”.

Nel  corso del 2017 Apple fu la prima azienda a pubblicare la lista dei suoi fornitori di cobalto. Dell e Hp iniziarono ad indagare sui fornitori e ad applicare politiche più rigorose per individuare i rischi di violazione dei diritti umani. Nonostante qualche piccolo passo in avanti,  tutt’oggi vi è una mancanza di trasparenza in quanto non si rendono note le valutazioni  sui rischi di violazione dei diritti umani nella catena dei fornitori.

14 famiglie congolesi intentano causa a Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla.

Il gruppo International Rights Advocates ha intentato una causa contro Apple, Google, Dell, Microsoft e Tesla a nome di quattordici famiglie congolesi, i cui bambini sono morti o sono rimasti menomati durante l’estrazione del minerale. Secondo l’accusa i bambini lavoravano illegalmente in miniere di proprietà della compagnia anglo-svizzera Glencore.

Nel testo della causa giudiziaria depositata nel dicembre 2019 si afferma che le multinazionali di tecnologia stanno “consapevolmente traendo beneficio dall’estrazione artigianale”, aiutando e favorendo l’uso crudele e brutale dei bambini per estrarre il cobalto.
Essi vengono costretti all’estrema povertà, rinunciando ad avere un’istruzione. Vengono regolarmente mutilati e uccisi dai crolli dei tunnel, come dimostrano le tante prove e testimonianze fotografiche presenti nella causa giudiziaria.
Le famiglie dei bambini morti e feriti chiedono i danni non solo per lo sfruttamento, ma anche per l’arricchimento ingiusto e negligente delle multinazionali tecnologiche.
Per gli esperti si tratta di una causa  legale unica che vuole mettere in discussione la legalità delle fornitura di cobalto.

 

Photo Credits: Amnesty International – Afrewatch

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