Annalisa Catapano

Blog di approfondimento

Il fallimento dell’Occidente in Afghanistan

Articolo del 9 agosto- aggiornato al 16 agosto

Il 15 agosto i talebani sono entrati a Kabul, la capitale dell’Afghanistan. La “guerra è finita”, queste sono state le parole del portavoce dell’ufficio politico dei talebani, Mohammad Naeem, ad al Jazeera, il quale ha dichiarato che il movimento è intenzionato a formare un “governo partecipativo”.

La conquista talebana della capitale è il culmine di una rapida campagna iniziata negli ultimi 10 giorni, che ha permesso la presa del controllo di circa il 70% del territorio afghano. 

La fuga disperata dei civili

In queste ore si susseguono immagini di migliaia civili in preda al panico che cercano di fuggire dai talebani.

Si teme soprattutto per le donne e i bambini. Nell’ufficio afghano di Pangea, la Onlus che si occupa di diritti umani, si stanno distruggendo tutti i documenti con i dati sensibili di tutte le donne che in questi anni sono state aiutate. Il timore è che i talebani inizino i rastrellamenti delle attiviste e di chiunque abbia avuto a che fare con la Ong straniera.

 

Il conflitto ventennale in Afghanistan

Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, gli Stati Uniti invasero l’Afghanistan, in quanto considerata il centro logistico di Al-Qaeda, e il luogo dove era nascosto il leader dell’organizzazione terroristica, Osama Bin Laden.

Nel 2001 con l’inizio degli attacchi americani e degli alleati, il regime tecnocratico instaurato dai talebani che detenevano il controllo del territorio, fu rovesciato. Ma in questi decenni tuttavia il gruppo ha continuato a combattere, seppur indebolito, lanciando attacchi contro la coalizione internazionale e le forze governative di Kabul.

Dopo un’intesa fase iniziale, tra il 2002 e 2003 gli Stati Uniti, seppur parzialmente, ridussero le operazioni militari e iniziarono a collaborare con le Nu per la ricostruzione dell’Afghanistan.

Nel 2009 la nuova amministrazione Obama attuò una strategia prevalentemente militare. L’obiettivo  era smantellare la rete di al Qaeda, aumentando il numero dei militari fino a 100 mila.

Nel 2011 le truppe americane trovarono e uccisero il capo di Al Qaeda Osama Bin Laden in Pakistan.

Obama annunciò la volontà di un graduale ritiro delle truppe. Nel 2014 terminarono formalmente le operazioni militari e circa 100 mila soldati rimasero in Afghanistan per “addestrare” i soldati afghani. Le truppe dovevano rimanere fino al 2016, ma rimasero anche nel 2017.

L’accordo di Doha

Dopo decenni di conflitto, il 29 febbraio 2020, l’allora segretario di Stato USA, Mike Pompeo dell’amministrazione Trump, e il numero due dei Talebani, mullah Abdul Ghani Barada siglarono lo storico accordo di Doha, i quali negoziati iniziarono già nel 2018.

I talebani ottennero il ritiro delle truppe americane, e si impegnarono a rompere con Al Qaeda al fine di iniziare un dialogo con i politici afghani.

Trump in quell’occasione da una parte incassò la fine delle ostilità tra i talebani e gli Usa, ma dall’altra fece accettare al governo afghano decisioni che avrebbe voluto evitare. Uno fra tanti la liberazione di 5000 detenuti talebani in cambio dei 1.000 prigionieri governativi.

Tuttavia l’intesa è stata violata da entrambi e la pace rimane lontana. L’accordo era sbilanciato e modellato sulle esigenze politiche e elettorali di Trump, piuttosto che sulle reali esigenze del popolo afgano e del governo di Kabul.

Il 14 aprile 2021 il presidente Joe Biden ha annunciato il ritiro  delle residue truppe americane dall’Afghanistan entro l’11 settembre 2021. Da allora l’escalation di violenza  nel Paese si è notevolmente intensificata.

Il 26 luglio l’Onu  ha annunciato un nuovo record di violenze nel Paese. Infatti, tra maggio e giugno si sono registrati 783 morti e 1609 feriti. Nonostante il graduale ritiro degli americani, Washington ha fatto sapere che continuerà a dare supporto aereo per sostenere l’esercito afghano contro i talebani.

 

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