Annalisa Catapano

Blog di approfondimento

La narrazione sui giovani “choosy” smentita dai dati

Ogni anno, in concomitanza della stagione estiva, ristoratori e proprietari di locali lamentano di non riuscire a trovare persone, soprattutto giovani, da assumere (cuochi, camerieri…).

Secondo la Fipe-Confcommercio mancano all’appello circa 150 mila lavoratori. I 20 mila lavoratori che l’anno scorso avevano un tempo determinato, alla luce dell’incertezza, potrebbero aver scelto il reddito di cittadinanza. Mentre gli altri 120 mila professionisti a tempo indeterminato hanno  preferito cambiare lavoro e interrompere i loro contratti

Quest’anno a rincarare la dose ci ha pensato il presidente della Regione Campania, De Luca secondo cui non si  trovano più lavoratori perchè preferiscono il reddito di cittadinanza.

Guido Barilla, da 30 anni Presidente del gruppo famigliare, ha pensato di lanciare un appello ai giovani:” Non sedetevi su facili situazioni, abbiate la forza di rinunciare ai sussidi facili e mettetevi in gioco. Entrate nel mercato del lavoro, c’è bisogno di tutti e specialmente di voi.

Le parole di Barilla hanno creato un certo sdegno tra i ragazzi e non solo.  Tra le tante risposte c’è stata quella di Robi99: “Fresca di laurea, non so quanti CV ho inviato a Barilla. Di sicuro non ero adeguata ai loro standard, ma avessi mai ricevuto, una sola volta, una risposta anche negativa, anche preconfezionata. Prima di parlare di mettersi in gioco, magari cominciate a rispettarli, i giovani.”

E’ tutta colpa del reddito di cittadinanza?

La difficoltà di trovare personale è un problema che si ripresenta ogni anno e ancora prima del Rdc.

Come spiegano i promotori della campagna “Mai più sfruttamento stagionale”, la questione dello sfruttamento nel settore della ristorazione e dell’alberghiero, non è limitato a qualche mela marcia, ma è strutturale, cioè ha cause sociali, economiche e culturali.

Ha fatto molto scalpore il video inchiesta di Repubblica che racconta l’esperienza di uno dei tanti lavoratori stagionali, costretti a lavorare in condizioni poco edificanti, con paghe risicate e turni massacranti.

Non le ha mandate a dire  il direttore amministrativo dell’istituto alberghiero Amerigo Vespucci di Roma, secondo cui: “Gli imprenditori non danno dignità a questo lavoro. Non danno ai giovani un contratto regolare che riconosca il lavoro e la professionalità. Che abbia adeguate tutele e che sia un investimento sul lavoratore, non mero sfruttamento”.

Ha citato diversi casi di suoi ex studenti che hanno deciso di abbandonare l’Italia per tentare fortuna all’estero, dove la situazione è ben diversa, rispetto ai contratti di apprendistato e stage remunerati a 300 euro.

Francesca Coin, docente di sociologia alla Lancaster University, nel Regno Unito, ha spiegato a Valigia Blu che in Italia si sta vivendo un abuso della narrazione “il lavoro c’è, ma i lavoratori preferiscono il Rdc”. La finalità è quella di mistificare le ragioni della disoccupazione in Italia. Sarebbe onesto e rischioso dire che da 30 anni in Italia la politica ha smantellato il sistema produttivo italiano. Piuttosto che affrontare il problema , si preferisce dare colpa ai giovani.

In merito al Rdc, per quanto necessiti di cambiamenti, non pone cifre tali da mettere in competizione il valore del sussidio con quello dei salari. Secondo i dati dell’Inps, tra gennaio e aprile 2021 l’importo medio del reddito di cittadinanza è stato di 580 euro. Si tratta di una cifra poco competitiva con uno stipendio almeno dignitoso.

L’Italia non è un Paese per giovani

A screditare quella fastidiosa narrazione che diversi giornali e televisioni raccontano, ci pensano i dati.  Secondo l’Istat negli ultimi dieci anni il numero di emigrati italiani è aumentato costantemente. Nel 2019, 68 mila italiani tra i 18 e 39 anni si sono trasferiti all’estero.

Secondo il Rapporto realizzato dal Consiglio Nazionale dei Giovani con il supporto dell’Eures, su un campione nazionale di 960 giovani, solo il 37,2% dispone di un lavoro stabile, mentre il 26% è un giovane “precario” con contratto a termine, il 23,7% risulta disoccupato al momento dell’intervista e il restante 31,1% è studente -lavoratore. Una elevata discontinuità lavorativa caratterizza il 33,3% dei giovani intervistati, mentre 4 su 10 hanno lavorato per l’80% del tempo;  ; il restante 26,6% indica una “discontinuità moderata”.

All’interno di questo scenario non stupisce che la maggioranza degli intervistati dichiara di ricevere una retribuzione inferiore ai 10 mila euro annui, mentre per il 33,7% del campione questa risulta compresa tra 10 e 20 mila euro e soltanto nel 7,4% dei casi supera i 20 mila euro (cioè 1.650 euro mensili).

In queste condizioni  per i giovani il percorso per l’autonomia rimane un sogno quasi irraggiungibile: il 53% degli under 35 vive ancora in famiglia, mentre solo il 37,9% vive da solo o con il partner.

La debolezza economico-occupazionale condiziona fortemente la scelta di fare figli. Infatti, solo il 6,5% dei giovani tra i 19 e 35 anni ha figli, mentre il 60,9% vorrebbe averne in futuro.

Secondo il dossier il 54,6% dei ragazzi ha avuto un lavoro senza contratto.  Il 61,5% ha dichiarato di aver accettato un lavoro sottopagato, il 37,5% di aver ricevuto pagamenti inferiori a quelli pattuiti e il 32,5% di non essere stato pagato affatto per il lavoro svolto, in assenza di garanzie a loro tutela. Inoltre, il 13,6% dei giovani ha dichiarato di aver subito durante l’esperienza lavorativa molestie o vessazioni.

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