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La questione di Taiwan

E’ ancora in corso il viaggio del presidente americano Joe Biden in Corea del Sud e in Giappone. L’obiettivo di questo viaggio è un ulteriore rafforzamento della cooperazione con le potenze regionali dell’Asia Pacifico.

Il primo step è stata la  Corea del Sud dove Biden ha rassicurato di essere pronto qualora la Corea del Nord dovesse attaccare.
Lunedì è stato in Giappone, dove si è affrontata la questione dell’espansionismo della vicina Cina.
In questa occasione, Biden rispondendo a una domanda di una giornalista ha dichiarato che gli Stati Uniti sono disponibili ad intervenire militarmente nel caso la Cina occupi Taiwan. La Casa Bianca ha cercato di minimizzare e ha ribadito che la posizione degli Stati Uniti rimane invariata.
Ma la risposta cinese  è stata molto dura: “Nessuno dovrebbe sottovalutare la decisa determinazione, la ferma volontà e la forte capacità del popolo cinese di difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale“, ha replicato il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, dato che Taiwan “riguarda esclusivamente gli affari interni”.

La storia di Taiwan

La questione di Taiwan è uno dei nodi irrisolti del XX secolo. Risale al 1949, quando i comunisti di Mao vinsero la guerra civile  e obbligarono il Generalissimo e il suo Kuomintang (KMT) a rifugiarsi sull’isola (sotto la sovranità cinese), portando con sè le riserve auree. I comunisti formarono la Cina socialista, mentre i nazionalisti del partito Kuonitang dettero vita alla Repubblica di Cina. Il  7 dicembre 1949 Taipei divenne la nuova capitale dei nazionalisti cinesi.

Taiwan ebbe la benedizione degli Stati Uniti, ma nel 1971 perse il seggio alle Nazioni Unite come rappresentante della Cina alle Nazioni Unite e nel 1979  rinnegarono la precedente linea di condotta e smisero di riconoscere Taiwan come Stato legittimo. Nel 1978 il presidente Carter annunciò la fine dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Taiwan.

Alla fine degli anni 70, iniziò a germogliare una nuova coscienza politica legata all’idea di democrazia, che portà la fine della legge marziale nel 1987 e successivamente, nel 1996, alle prime elezioni dirette con la vittoria di Lee Teng-hui. 

Nel 2000 vinse le elezioni il progressista democratico, mettendo la parola fine a oltre 50 anni di Governo ininterrotto del Kuomintang.

Le tensioni tra la Cina e Taiwan non si sono mai placate. Taiwan si considera  indipendente dal governo cinese, ma il Dragone si oppone con fermezza. Nel 2005 il governo cinese ha approvato una legge anti-secessione che legittima un intervento armato nel caso in cui Taiwan dichiarasse l’indipendenza.  Il disegno di Xi Jinping è  riportare la “provincia ribelle” sotto il controllo di Pechino entro il 2049, restituendo così al Paese la sua passata gloria imperiale.

Il ruolo e gli obiettivi degli Stati Uniti

La posizione degli Stati Uniti è ancora tutt’oggi paradossale: nel 1992 ha riconosciuto l’esistenza di una sola Cina, quella comunicsta, dall’altra pur non  riconoscendo Taiwan, la rifornisce di armi.

Gli Stati Uniti sono interessati a tiwan per questioni  geopolitici, volte soprattutto a contenere l’espansionismo cinese. Washington ha bisogno di esser presente in un’area in cui il dominio cinese cresce anno dopo anno e dove  non vogliono lasciare carta bianca a Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Lunedì 23 maggio, in Giappone, Biden ha annunciato Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), un piano di investimenti e di rafforzamento dei rapporti commerciali che farà aumentare la presenza Usa nell’area e getterà le basi del collegamento ‘tra simili’ nell’ottica del contenimento della Cina. Pechino invece parla di una strategia volta a fallire.