• La sanguinosa repressione del regime di Teheran

    La sanguinosa repressione del regime di Teheran

    Dopo la morte di Mahsa Amini,  proseguono gli scontri tra manifestanti, la polizia e le Guardie di rivoluzione iraniane.
    Secondo Iran Human Rights sono almeno 201 i manifestanti uccisi durante le manifestazioni dalle forze di sicurezza. La ong avverte delle continue uccisioni di manifestanti e dell’uso della tortura e dei maltrattamenti contro i detenuti per forzare false confessioni televisive e chiede un’urgente azione unita da parte della comunità internazionale.
    Il direttore, Mahmood Amiry-Moghaddam ha dichiarato: “Il rischio di tortura e maltrattamenti dei manifestanti è grave e l’uso di proiettili veri contro i manifestanti è un crimine internazionale. Chiediamo alla comunità internazionale di adottare in modo deciso e unito misure pratiche per fermare l’uccisione e la tortura dei manifestanti”. “Il mondo deve difendere le richieste del popolo iraniano per i suoi diritti fondamentali”- ha aggiunto.

    Durante la scorsa settimana, molti bambini delle scuole che protestavano sono stati arrestati per le strade e nelle scuole. I video condivisi sui social media confermano che le forze di sicurezza hanno represso violentemente le proteste degli alunni delle scuole. “I bambini hanno il diritto legale di protestare, le Nazioni Unite hanno l’obbligo di difendere i diritti dei bambini in Iran esercitando pressioni sulla Repubblica islamica”, ha affermato Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore dei diritti umani dell’Iran.

    Dopo una settimana, le forze di sicurezza hanno consegnato il cadavere di Nika Shakarami, uccisa perchè protestava. La 17enne presentava il  naso completamente fracassato e il cranio rotto da molteplici colpi. Le forze di sicurezza hanno intimato ai famigliari di non organizzare alcuna cerimonia funebre. Inoltre, hanno arrestato la zia con la minaccia di ucciderla se il resto della famiglia avesse partecipato alle proteste.

     

    La tattica delle autorità iraniane per stroncare le proteste

    Amnesty International è entrata in possesso di documenti emessi dai vertici delle forze armate in cui si istruiscono tutti i comandi provinciali ad “affrontare severamente” le persone che manifestano dall’indomani della morte di Mahsa Amini mentre era detenuta dalla polizia morale.

    In un documento, datato 23 settembre, c’è scritto che il comandante delle forze armate della provincia di Mazandaran ordina di “affrontare senza pietà, anche arrivando alla morte, qualsiasi disordine provocato da rivoltosi e antirivoluzionari”.

    In una dettagliata analisi resa pubblica il 30 settembre, l’organizzazione per i diritti umani ha documentato la tattica delle autorità iraniane per stroncare le proteste: da un lato l’impiego di Guardie rivoluzionarie, delle forze paramilitari basiji, del Comando per il mantenimento dell’ordine pubblico, della polizia antisommossa e di agenti in borghese; dall’altro, il ricorso alla forza letale e alle armi da fuoco con l’obiettivo di uccidere manifestanti e nella consapevolezza che il loro uso avrebbe potuto causarne la morte.

    Amnesty International ha anche raccolto prove, di torture ai danni di manifestanti e semplici passanti, di aggressioni sessuali ai danni delle donne in piazza. Alcune di loro sono state picchiate sul seno, altre sono state scaraventate a terra dopo che si erano tolte il velo.

    Nel tentativo di assolvere se stesse, le autorità iraniane stanno promuovendo una falsa narrazione sulle vittime, descrivendole come “pericolose” e “violente” e addirittura arrivando a sostenere che siano state uccise da “rivoltosi”Le famiglie delle vittime vengono minacciate per indurle al silenzio o vengono loro promessi risarcimenti se sosterranno pubblicamente, tramite videomessaggi, che i loro cari sono stati uccisi da “rivoltosi” al soldo dei “nemici” della Repubblica islamica dell’Iran.

    Amnesty International ha visto immagini contenenti atti di violenza da parte di una minoranza di manifestanti, ma ciò non giustifica il ricorso alla forza letale.

     

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    Immagine di Masih Alinejad

    La foto rappresenta il sacrificio delle donne.