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L’acqua bene comune: il referendum disatteso dalla politica

Undici anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, ventisette milioni di persone votarono contro la privatizzazione dell’acqua e il nucleare. Il primo quesito abrogò una norma del 2008 del governo Berlusconi, che obbligava il passaggio a un gestore privato o misto pubblico-privato. Il secondo invece cancellò parte dell’articolo di una legge del 2006 che prevedeva l’adeguata remunerazione del capitale investito.

In quegli anni la mobilitazione fu molto partecipata: comitati e associazioni riuscirono a coinvolgere milioni di cittadini. Il risultato fu schiacciante: 55% degli elettori esercitarono il loro diritto di voto e il 95% votò a favore dell’acqua pubblica e contro il nucleare.

L’esperienza referendaria ha mostrato una grande capacità di mobilitazioni su temi molto sentiti dall”opinione pubblica, ma nel contempo ha evidenziato la distanza tra le classi dirigenti e le istanze dei cittadini. Infatti, più volte la politica ha cercato attraverso una serie di provvedimenti di eludere l’esito referendario.

Il voto referendario disatteso dalla politica

A distanza di dieci anni, la gestione e l’erogazione idrica continua a rimanere nelle mani di società per azioni. Nonostante le società siano miste, ovvero pubbliche e private, mantengono comunque un’impostazione privatistica basata sui meri profitti a discapito della qualità dell’acqua come bene pubblico.

Secondo i dati di CGIA di Mestre, negli ultimi dieci anni, le tariffe del servizio idrico sono aumentate del 90%. A questo si è aggiunto un mancato aumento degli investimenti pubblici nelle reti pubbliche.

C’è stato un tentativo di riportare l’acqua sotto il controllo pubblico con un disegno di legge, ma è fermo da tempo in commissione Ambiente della Camera dei Deputati, proprio perchè manca un volontà politica.

Il testo propone tutt’oggi di liquidare gli azionisti privati  e trasformare le società in enti di diritto pubblico. Ma secondo Utilitalia questa riforma costerebbe 15 miliardi di euro. Mentre per i movimenti per l’acqua, avrebbe un costo iniziale di 1,5-2 miliardi.

A disattendere il voto referendario è anche il Pnrr, in particolare il ddl Concorrenza che ha ricevuto il primo ok dal Sento a fine maggio. Gli attivisti sospettano che l’indicazione di privatizzare la gestione del servizio idrico soprattutto nel Mezzogiorno, sia volta ad affidare il tutto alle 4 multiutility quotate in borsa quali: IREN, HERA, A2A e ACEA.

Questo decreto, atteso da tempo, contiene, a nostro avviso, una serie interminabile di criticità come le conseguenze dell’art. 6 che comporterebbe la privatizzazione di servizi pubblici di vario genere, tra cui il servizio idrico”- ha dichiarato il co-portavoce nazionale di Europa Verde, Angelo Bonelli

Dati Istat: il 42,0% dell’acqua si perde

Secondo le statistiche Istat 2018-2020 sull’acqua, la percentuale di perdite idriche totali della rete nazionale di distribuzione dell’acqua potabile è del 42,0%: ogni 100 litri immessi nel sistema, ben 42 non sono consegnati agli utenti finali. Le cause sono le cattive condizioni dell’infrastruttura idrica che disperdono 3,4 miliardi di metri cubi: 156 litri al giorno per abitante. Stimando un consumo giornaliero pro capite di 215 litri (valore nazionale), le perdite potrebbero garantire le esigenze idriche di circa 44 milioni di persone in un anno.

E’ evidente che il problema è legato soprattutto al modello di gestione dell’acqua, lontano dall’efficienza del servizio e più vicina ai profitti aziendali.

 

Immagine di copertina: Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua