Annalisa Catapano

Le condizioni disumane dei Centri di permanenza per i rimpatri

Mousse Balde tra il 22 e il 23 maggio si è tolto la vita nel CPR di Torino. La sua vicenda è il simbolo del  fallimento delle politiche migratorie italiane. Balde era in Italia dal 2017 per scappare dalla miseria e dalla guerra.  Ma in questi anni per lui nulla è cambiato: niente progetti, nessuna integrazione e protezione internazionale. Il 9 maggio viene pestato a Ventimiglia, finisce in ospedale e poi nel CPR di Torino, l’inferno che precede l’espulsione.

Il gesto di Balde non è isolato.
Tra giugno 2019 e luglio 2020,  sono stati sei i casi di decessi  nei Cpr segnalati dal Garante nazionale per i diritti delle perone private della libertà personale.
A questi si aggiungono una lunga lista di irregolarità denunciate da varie associazioni e dall’ultimo rapporto del Garante nazionale.
Diritti sistematicamente calpestati, luoghi inidonei, carenze igieniche, criticità sanitarie, udienze che durano mediamente cinque minuti  nel 98% dei casi e si concludono con la prosecuzione del fermo.

Un passo indietro: cosa sono i CPR (centri di permanenza per i rimpatri)

I CPR sono  luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione (art. 14, D.Lgs. 286/1998). Inizialmente si chiamavano Centri di permanenza temporanea e assistenza (CPTA), poi definiti Centri di permanenza temporanea (CPT) e successivamente Centri di identificazione ed espulsione (CIE).
Il medesimo D.L. 13/2017 (art. 19, comma 3) ha disposto, al fine di assicurare una più efficace esecuzione dei provvedimenti di espulsione dello straniero, l’ampliamento della rete dei CPR, con la finalità di assicurare la distribuzione delle strutture sull’intero territorio nazionale.

Quando non è possibile eseguire con immediatezza l’espulsione mediante accompagnamento alla frontiera o il respingimento, a causa di situazioni transitorie, il questore dispone che lo straniero sia trattenuto per il tempo strettamente necessario presso il centro di permanenza per i rimpatri più vicino.

In queste strutture il migrante deve essere trattenuto con modalità tali da assicurare la necessaria assistenza ed il pieno rispetto della sua dignità. Il trattenimento è disposto con provvedimento del questore per un periodo di 30 giorni, prorogabile fino ad un massimo di 90 giorni. In casi particolari il periodo di trattenimento può essere prolungato di altri 30 giorni.

Il rapporto del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale

Qualche settimana fa, il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha pubblicato il Rapporto sulle visite effettuate nei centri di permanenza per i rimpatri (2019-2020). Nel dossier si evidenziano degrado e insalubrità delle strutture e dei relativi suppellettili,  come la scarsa luce e aria naturali, l’assenza di locali e spazi per le attività in comune.  Inoltre, le strutture presentano problematiche di varia natura, non estranee a un contesto ambientale e organizzativo trascurato e disattento anche alle esigenze elementari delle persone che ci vivono.

La situazione nei locali di servizio

I locali di servizio della maggior parte dei centri visitati dal Garante presentano delle condizioni igieniche molto carenti.
Per esempio nel Ctr di Brindisi-Restinco le docce, i bagni alla turca e i lavandini si presentano in pessime condizioni  e la temperatura dell’acqua delle docce risulta non regolabile. Anche nel Cpr di Bari i bagni sono in pessime condizioni, maleodoranti, con segni di danneggiamento e alcune docce non funzionanti.
Ugualmente nel Cpr di Trapani-Milo e Caltanissetta-Pian del Lago ove sono risultate funzionanti due sole docce, una per padiglione. In uno in particolare le condizioni del locale sono apparse deplorevoli con la maggior parte dei servizi igienici fuori uso e l’ampia finestra completamente priva di vetro.

Come è stato rilevate nel 2018, pochi metri separano i sanitari dai letti più vicini e non vi è alcun elemento di arredo, né porte o almeno tende, che assicurino un minimo di riservatezza a chi usufruisce dei servizi.

Gli spazi comuni a disposizione dei migranti si riducono alle camere di pernottamento con annessi bagni e un cortile. A volte è disponibile una stanza dove mangiare o guardare la televisione.

La situazione sanitaria

Il monitoraggio del diritto alla salute presenta delle importanti criticità che rischiano di divenire impattanti i diritti umani dei cittadini stranieri trattenuti. E’ stato  rilevato che le visite di idoneità preliminari all’ingresso non vengono effettuate in ospedale o in altro presidio sanitario pubblico come prevede la legge, ma vengono effettuati dal medico contrattualizzato per i servizi presso l’hotspot.

Sempre nell’ambito della salute, è stata rilevata una carenza di locali sanitari per la temporanea permanenza e osservazione di persone affette da malori valutati non così gravi da determinarne il ricovero in ospedale ma comunque bisognosi, nella fase di acuzie, di assistenza e monitoraggio continui da parte del personale medico o paramedico.

Anche sotto il profilo dell’adeguatezza, l’assistenza sanitaria fornita all’interno dei Cpr è apparsa particolarmente critica. In linea generale il personale non ha competenze specifiche in materia di medicina delle migrazioni e non segue corsi di formazione adeguati.

Per quanto concerne i diritti, dal rapporto è emerso la presenza quasi sistematica di personale delle Forze di Polizia all’interno dell’ambulatorio durante la realizzazione delle visite mediche. Tale prassi continua ad essere eseguita malgrado sia stato stigmatizzato  nel Rapporto sulle visite tematiche effettuate nei centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) in Italia (febbraio – marzo 2018).

La qualità della vita detentiva è stata definita simile a quella di un carcere con sbarre e, talvolta,  con alte cancellate metalliche. L’aspetto afflittivo degli ambienti inoltre è accentuata dalla mancanza di attività sociali, formative o religiose.

Il rispetto della dignità umana

Il Garante e in occasione della visita realizzata nel 2019 nel Cpr di Torino ha  avuto modo di constatare come le persone trattenute non abbiano la possibilità di rivolgere agli operatori, quando desiderano, le loro richieste. Per qualsiasi esigenza, lamentela o richiesta gli ospiti devono sostare nell’area esterna del proprio modulo abitativo, qualunque siano le condizioni atmosferiche, e attendere il passaggio di un operatore, nella speranza di ottenere la sua attenzione ed esprimere da dietro le sbarre del settore detentivo la propria istanza.

Nel rapporto si evidenzia come queste situazioni creino condizioni disumanizzanti, dove l’accesso ai diritti di cui le persone trattenute sono titolari, passa attraverso la demarcazione fisica della relazione di potere tra il personale e lo straniero ristretto che versa in una situazione di inferiorità.

L’accesso al mondo esterno

Le visite del Garante hanno confermato la sostanziale opacità delle strutture di detenzione amministrativa, chiuse al mondo dell’informazione e della società civile organizzata, ancor prima dell’emergenza pandemica.

La libertà di comunicazione

Nel rapporto si rilevano anche criticità nelle  modalità con cui viene data accesso alla comunicazione, nonostante sia una garanzia fondamentale. Nel merito, il Garante fa riferimento a una serie di  formule organizzative adottate dai Cpr visitati: ci sono Centri che requisiscono all’ingresso i telefoni cellulari personali e consentono esclusivamente l’utilizzo di telefoni pubblici o di cellulari temporaneamente resi disponibili che ogni volta dopo l’uso devono essere restituiti, 2) Centri che consentono l’utilizzo di telefoni personali sprovvisti di telecamera e accesso alla rete internet, 3) Centri che consentono l’utilizzo di apparecchi personali smartphone.

Sicurezza e ordine

Ulteriori criticità si evidenziano in particolar modo nell’ambito della sicurezza e del mantenimento dell’ordine. Mancano i sistemi di allarme per contattare e/o richiedere l’intervento urgente del personale in caso di necessità84 (per esempio, malori o disordini) per cui l’unica possibilità per la persona è quella di attirare con la propria voce l’attenzione degli operatori e del dispositivo di vigilanza interna, urlando attraverso le sbarre di recinzione. Fanno eccezione il Cpr di Milano nel quale i locali di pernottamento sono dotati di campanello d’allarme e un modulo del Cpr di Brindisi-Restinco ove a seguito di ristrutturazione è stato installato un citofono per contattare l’infermeria.

Inoltre, il Garante ritiene insufficienti la presenza fisica, spesso non continuativa, del personale in prossimità dei settori detentivi e il controllo a distanza tramite il sistema di videosorveglianza.

Locali impropri per l’isolamento

Nel corso delle visite, il Garante ha riscontrato in alcune strutture la presenza di locali impropri o l’uso improprio di
locali teoricamente destinati a scopi di carattere sanitario. Tuttavia, in base all’interlocuzione intercorsa con le Autorità responsabili, sono emerse prassi differenti.

Accertamento dell’età dei presunti minori

Il rapporto del Garante Nazionale ha rilevato l’attuazione di prassi non conformi con le norme internazionali e nazionali  relativi all’identificazione dei minori stranieri non accompagnati.

Il primo problema emerso riguarda la mancata attuazione del principio “favor minoris”, secondo il quale «nelle more dell’esito delle procedure di identificazione, l’accoglienza del minore è garantita dalle apposite strutture di prima accoglienza per minori previste dalla legge»

L’altra criticità riguarda la realizzazione di accertamenti socio-sanitari disposti dall’Autorità di pubblica sicurezza nei confronti di trattenuti che si erano dichiarati minorenni senza il coinvolgimento della Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni. In numerosi casi esaminati in esito agli esami effettuati, le persone sono state considerate adulte e spesso rimpatriate senza ulteriori e diverse verifiche.

Diritto all’informazione

A ciascuna persona deve essere garantito il diritto all’informazione.  Ciononostante nei Cpr visitati il flusso di informazioni relative alle regole del Centro stesso, ai propri diritti e ai propri doveri è apparso carente.

Il diritto ad avere accesso alla giustizia

Destano sconcerto alcuni fatti che contraddicono il principio che deve essere garantito e tutelato in ogni circostanza l’accesso alla giustizia.

Nel Cpr di Palazzo San Gervasio, un legale ha riferito formalmente al Garante che verrebbero frapposti ostacoli alla nomina degli avvocati di fiducia, in quanto, tramite un’apposita comunicazione, la Prefettura avrebbe dato indicazioni di tener conto solo delle nomine effettuate in udienza.
È evidente che, qualora confermata, questa previsione potrebbe determinare una violazione del diritto di difesa a causa della limitazione degli accessi ai legali nominati all’interno della struttura e soprattutto per la mancata tempestiva comunicazione delle nomine.

Il diritto di asilo internazionale

La detenzione amministrativa di un migrante non deve pregiudicare la possibilità di richiedere asilo internazionale o qualche altra forma di protezione.

Nel Cpr di Torino è stato a tal proposito riferito che la persona straniera che intende chiedere asilo deve la propria richiesta a uno degli operatori dell’Ente gestore.
Quest’ultimo provvede quindi a comunicare all’Ufficio Immigrazione che uno degli ospiti ha richiesto un appuntamento, senza fornire alcuna indicazione relativamente alla manifestazione di volontà espressa dall’interessato.
In base a quanto riportato dagli operatori di Polizia, la persona straniera attende per la convocazione in media dai due ai tre giorni.
Durante tale periodo egli dovrebbe considerarsi, ai sensi di legge, a tutti gli effetti richiedente asilo ma l’Autorità di Polizia ancora non ne è a conoscenza e potrebbe quindi procedere al suo rimpatrio.

Secondo quanto detto dalle  persone trattenute, anche l’accesso al rimpatrio volontario è apparso molto problematico.

I registri

Per valutare la regolarità della detenzione, è essenziale la corretta e precisa registrazione di ogni informazione relativa al trattenimento di una persona, includendo, inoltre, ogni accadimento verificatosi nel corso della permanenza nella struttura con l’indicazione della persona responsabile al momento del suo accadere.

Tuttavia, nonostante le varie raccomandazioni già formulate in passato dal Garante, nei Cpr visitati manca un sistema uniforme di registrazione degli eventi critici (episodio di autolesionismo, aggressioni, danneggiamenti…).

Nonostante le denunce e le richieste di chiusura di questi centri dove vengono violati sistematicamente i diritti umani,  la politica rimane silente.

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Immagine di copertina: Mai più lager- No ai CPR