Annalisa Catapano

Libia, nuovo rapporto di Amnesty International sulle orribili violazioni dei diritti umani

Lo scorso 15 luglio, mentre la Camera rinnovava il finanziamento alla Guardia costiera libica, Amnesty International pubblicava un nuovo (l’ennesimo) rapporto sulle orribili violazioni dei diritti umani in Libia, nei confronti di donne, uomini e bambini.

Il rapporto contiene le storie di 53 migranti e rifugiati precedentemente trattenuti in centri ufficialmente posti sotto il controllo del Dcim.

Il rapporto

La nuova ricerca di Amnesty International rivela che dal 2020 la Direzione per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcim), il dipartimento del ministero dell’Interno della Libia, ha legittimato le violazioni dei diritti umani, integrando tra le strutture ufficiali due nuovi centri di detenzione.

Nel 2020 centinaia di persone intercettate in mare e riportate in Libia sono di fatto scomparse in un luogo informale di detenzione. Successivamente, il sito è stato posto sotto il controllo al centro di raccolta e di ritorno di Tripoli, e assegnato al direttore e al persone del centro Dcim di Tajoura, tristemente noto per le torture.

Violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione libici

Nella prima metà del 2021 nel Centro di raccolta e di ritorno di Tripoli sono state portate 7000 persone. Ex detenuti sopravvissuti hanno raccontato ad Amnesty International di torture, condizioni detentive disumane e lavori forzati a cui erano sottoposti.

Gli ex detenuti di un altro centro hanno raccontato che le guardie stupravano le donne e alcune di loro venivano obbligate ad avere rapporti sessuali in cambio di acqua potabile o della libertà.

Ma il rapporto di Amnesty International racconta anche di pestaggi brutali, estorsioni, lavori forzati e condizioni detentive inumane in sette centri di detenzione del Dcim.

Nel centro di Abu Issa, nella città di al-Zawiya, i detenuti hanno riferito di essere stati privati di sostanze nutrienti fino al punto di patire la fame.
Ad al-Mabani e in altri due centri del Dcim, Amnesty International ha documentato l’uso illegale della forza e delle armi da fuoco da parte delle guardie e di altri uomini armati, che hanno ucciso e ferito detenuti.

Le missioni di “soccorso” libiche mettono in pericolo la vita delle persone

Nei primi sei mesi del 2021 le missioni di “soccorso” della Guardia costiera libica, sostenuta dall’Europa, hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15.000 persone, più che in tutto il 2020.

I sopravvissuti hanno raccontato come i guardacoste libici hanno deliberatamente danneggiato alcune imbarcazioni, causandone il capovolgimento e l’annegamento dei  migranti e rifugiati.

Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati.

I testimoni raccontano di aerei e navi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre la Guardia costiera libica si avvicinava.

L’Italia e gli altri stati membri dell’Unione Europea hanno continuato a fornire assistenza materiale  alla Guardia costiera libica e in più stanno lavorando  alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo Fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

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Immagine di copertina: www.amnesty.it