in diritti umani

La piaga dei matrimoni forzati

La questione dei matrimoni forzati in Italia è tornata di attualità, dopo il drammatico caso di Saman Ababs, una ragazza di origini pakistane, scomparsa nel nulla e uccisa dai suoi familiari per essersi opposta a un matrimonio forzato.

Ma quella di Saman è solo l’ultima vita spezzata. Secondo i dati della polizia, negli ultimi tre anni ci sono stati 22 femminicidi di donne con nazionalità differenti, ma con storie molto simili.
Sana Chema, una ragazza di 25 anni italo-pakistana,  è stata uccisa dal padre e dal fratello per aver rifiutato un matrimonio forzato.
Hina Saleem, anche lei pakistana, è stata uccisa dai suoi parenti perchè conviveva da qualche mese con il fidanzato. Una scelta in contrasto con la volontà della famiglia che voleva  sposata con un marito pachistano.

Molti episodi purtroppo non vengono denunciati. Infatti, quello del matrimonio forzato è un fenomeno sommerso, ma diffuso nel nostro Paese. L’assenza di dati e di un osservatorio rende impossibile decifrare un fenomeno che colpisce molte ragazze di seconda generazione.

Il  matrimonio forzato

Il matrimonio forzato è definito dalla Convenzione di Istanbul: “l’atto di costringere un adulto/a o un bambino/a a contrarre matrimonio…”.  Si tratta di una delle “forme di violenza maschile verso le donne ed è un indicatore del pesante squilibrio ancora esistente nei rapporti tra i sessi, determinato da una cultura patriarcale tuttora dominante sia in forme tradizionali sia in altre più “adeguate” alla modernità”.  Parliamo di una violazione dei diritti  che colpisce senza distinzione di religione, classe o cultura, un numero importante di donne e anche bambine.

Queste donne subiscono pressioni e abusi dalle loro famiglie e dalla comunità di appartenenza. Molte di loro infatti, giudicate inidonee dalla comunità, sono oggetto (anche da parte dei loro stessi parenti) di punizioni/delitti, giustificati in nome dell’onore familiare. La maggior parte di loro quindi si deve assoggettare alle dure regole imposte dalla comunità, che le vuole sposate ad uomini molto più grandi di loro. 

I fattori che stanno dietro al matrimonio forzato

Secondo uno studio del Consiglio d’Europa, “i fattori che stanno dietro al matrimonio forzato sono 5 differenti a seconda che guardiamo a paesi dove la pratica è perpetuata da famiglie rurali, spesso povere, o a paesi dell’UE dove sono coinvolte famiglie di origine immigrata.
Nel primo insieme di paesi, le cause hanno per lo più a che fare con forme di pressione culturale come l’importanza che si attribuisce all’onore e alla verginità, alla sicurezza in età avanzata, il desiderio di mantenere in famiglia le proprietà o la preoccupazione di rinforzare l’autorità dei genitori. Nel secondo, il motore può essere il desiderio di impedire ai figli di ‘europeizzarsi’, il bisogno di riaffermare l’identità, di proseguire la migrazione o ripagare un debito alla propria comunità.
Fattori addizionali possono includere il deteriorarsi delle relazioni tra i sessi, l’ascesa del fondamentalismo religioso, difficoltà nel matrimonio o nella sessualità e la preoccupazione di impedire ai figli di fare un matrimonio misto”
. 

Il fenomeno  è particolarmente presente all’interno delle comunità migranti che, nonostante siano di etnie diverse, hanno tratti comuni.

Il Codice Rosso

Con l’entrata in vigore della legge 19 luglio 2019, n. 69 “Codice Rosso”, il legislatore ha introdotto nel codice penale il reato di “costrizione o induzione al matrimonio”, punendolo con la reclusione da uno a cinque anni, ma se la vittima è minore, la pena aumenta fino a sette anni.

Per l’attivista e fondatrice dell’associazione Trama di Terra, Tiziana Dal Pra, la legge non basta. Come spiega in un’intervista al Fatto Quotidiano, i numeri delle denunce prese ancora in carico sono pochissime. In molto casi le richieste vengono sminuite e addirittura respinte dai giudici.

Cosa si deve fare dal lato della prevenzione

Tiziana Del Pra nell’intervista aggiunge che in Italia manca una campagna di sensibilizzazione su questi temi. Occorre maggiore formazione a tutti i livelli, e un osservatorio per poter inquadrare il fenomeno.

Per Veltri,  presidente di D.i.RE dei centri antiviolenza,  occorrono dei “progetti mirati che mettano al centro i diritti delle donne, di tutte le donne, e costruiscano un dialogo con le comunità di origine straniera presenti in Italia per promuovere un cambiamento che argini la tendenza a imporre tra le mura domestica, spesso esacerbandolo, il controllo patriarcale e crei le condizioni per l’emersione del fenomeno.”

Per Amnesty International Italia occorre investire in educazione, integrazione, protezione e rafforzamento dei diritti delle ragazze, anche attraverso lo Ius Soli.

 

Fonte : https://www.codicerossoroma.it/diritto-penale2/130-matrimonio-forzato

 

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