La strage di via D’Amelio

Sono trascorsi 30 anni dalla strage di via D’Amelio che costò la vita a Paolo Borsellino e agli agenti della scorta-
Quel depistaggio che secondo i giudici “ci fu” è ancora senza colpevoli. Lo dimostra anche la sentenza di giovedì scorso che ha dichiarato prescritte le accuse rivolte a due dei poliziotti, accusati di avere inquinato le indagini sulla strage, e assolto un terzo agente.

Un pò di storia

Paolo Borsellino dopo la laurea in giurisprudenza, nel 1963 partecipò al concorso di accessi alla Magistratura, divenendo il più giovane magistrato italiano. Nel 1967 divenne quindi Pretore di Mazara del Vallo e, successivamente, Pretore di Monreale dove lavorava con il capitano dei Carabinieri Basile disarticolando l’organizzazione mafiosa locale con una serie di arresti di affiliati ai clan. A seguito dell’omicidio
del capitano Basile in un agguato della mafia palermitana, Paolo Borsellino e la
sua famiglia passarono sotto il servizio di scorta.

Dal 1975, Borsellino lavorò presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, occupandosi dei clan mafiosi della città e proseguendo così l’approfondimento
delle indagini di Boris Giuliano. In questo ufficio rafforzò il rapporto umano e professionale con il giudice Rocco Chinnici con il quale stava sperimentando l’efficacia di una specializzazione degli inquirenti nella lotta alla criminalità organizzata.

Il pool antimafia

Dopo l’omicidio di Chinnici nel 1983, a capo dell’Ufficio fu  nominato Antonino Caponnetto; egli, comprendendo le potenzialità del coordinamento delle indagini e dello scambio di informazioni tra magistrati addetti, fu costituito il “pool antimafia” di cui facevano  parte – oltre a Caponnetto e Borsellino – anche Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Con questa iniziativa e al generale miglioramento delle capacità investigative, il pool ordinò numerose misure di custodia (tra cui quella nei confronti di Vito Ciancimino), iniziando a ricevere le prime dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno, successivamente essenziali per l’istruzione del c.d. maxi processo.

Nel 1985, per motivi di sicurezza Falcone e Borsellino furono ospitati nella foresteria del carcere dell’Asinara a per la redazione degli atti necessari alla preparazione del maxi processo.

Il maxiprocesso

Il 10 febbraio 1986 iniziò il primo processo a Cosa Nostra, con 457 imputati e il capo di Cosa Nostra dietro una sbarra.

Borsellino parlò a più riprese su quello che stava succedendo nella Procura di Palermo. In alcune interviste riferendosi al CSM, dichiarò che “si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio“, “hanno disfatto il pool antimafia“, “hanno tolto a Falcone le grandi inchieste“, “la squadra mobile non esiste più“, “stiamo tornando indietro, come 10 o 20 anni fa“. Per queste dichiarazioni rischiò un provvedimento disciplinare.

Dopo quasi due anni, il 16 dicembre 1987, arrivò la sentenza del maxi processo: ai 339 imputati vennero inflitte 19 ergastoli e 2665 anni di carcere.

La reazione al grande successo del maxi processo non si fece attendere. Dopo la pensione di  Caponetto, ci si aspettava che quel posto lo occupasse Falcone. Il Consiglio Superiore della Magistratura non la pensava cosi. Infatti, nominò alla guida dell’ufficio istruzione, Antonio Meli, un magistrato che non condivideva il metodo Falcone e smantellò il pool antimafia. Meli negò anche il principio cardine del maxiprocesso, ovvero la struttura unitaria di Cosa Nostra, e assecondò la tesi  delle bande criminali.

Progetti di attentati

Il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano, rivelò che Cosa Nostra aveva già abbozzato il progetto di uccidere Borsellino. Tuttavia le affermazioni di Calcara venne smentite dai collaboratori di giustizia, Giovanni Brusca e Antonio Patti, i quali affermò che  l’attentato a Borsellino venne in realtà affidato a Vito Mazzara, «capo famiglia» di Valderice-

Nel 1986, Paolo Borsellino fu nominato come Procuratore della Repubblica di Marsala. Dopo qualche anno, nel 1992, Borsellino tornò a Palermo come Procuratore aggiunto per coordinare l’attività distrettuale antimafia.

La strage di Capaci

Il 23 maggio 1992 mentre Falcone e la moglie Francesca erano di ritorno da Roma, all’altezza dello svincolo di Capaci, una fortissima esplosione uccise Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.

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I 57 giorni

I 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via d’Amelio furono i più difficili per Borsellino che fu duramente colpito dalla morte del collega e amico. Ma era anche consapevole  di essere il prossimo obiettivo della vendetta di Cosa Nostra. Borsellino continuò a lavorare freneticamente, anche se era ostacolato dal procuratore di Palermo Pietro Giammanco,  il quale gli nascose addirittura il contenuto dell’informativa dei Ros dei Carabinieri che segnalavano il pericolo imminente di un attentato nei suoi confronti.

In questi ultimi giorni di vita, Borsellino incontrò l’ex mafioso Leonardo Messina che gli spiegò come si spartivano gli appalti pubblici e privati tra Cosa Nostra e i politici e rese la clamorosa rivelazione che la Calcestruzzi S.p.A.

Il 25 luglio Borsellino incontrò il colonnello Mario Mori e l’allora capitano Giuseppe De Donno presso la caserma “Carini”, dove si limitò  parlare della questione appalti. Secondo i giudici che conducevano l’inchiesta “Trattativa Stato-Mafia” Borsellino era informato della negoziazione che Mori e De Donno stavano conducendo con l’ex sindaco Vito Ciancimino per arrivare alla cattura di latitanti e tale colloquio riservato era finalizzato a parlare di quei fatti.

La strage di via D’Amelio

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato con la moglie Agnese  e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove vivevano sua madre e sua sorella Rita. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, esplose al passaggio del giudice, uccidendo oltre al cinquantaduenne Borsellino anche i cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Pochi giorni prima di essere ucciso, in un’intervista aveva parlato della sua condizione da “condannato a morte”.

Il primo processo

Il primo processo per la morte di Paolo Borsellino venne celebrato nel 1994. Alla sbarra c’erano gli esecutori materiali Vincenzo Scarantino, piccolo contrabbandiere della Guadagna che si era autoaccusato della strage, il boss Salvatore ProfetaGiuseppe Orofino, proprietario dell’officina in cui venne imbottita di tritolo la 126 usata come autobomba, e Pietro Scotto. In appello l’ergastolo fu confermato solo per Profeta, Orofino fu condannato a 9 anni per favoreggiamento, Scotto fu assolto e furono confermato 18 anni a Scarantino.

Processo bis

Nel processo bis dove erano imputati gli uomini della Cupola e i capi mandamento di Cosa nostra, si concluse  il 18 marzo del 2004 con 13 ergastoli. Il carcere a vita fu  confermato per Totò RiinaSalvatore BiondinoPietro AglieriGiuseppe GravianoCarlo GrecoGaetano ScottoFrancesco Tagliavia. Ergastolo anche per Cosimo VernengoGiuseppe La MattinaNatale GambinoLorenzo TinnirelloGiuseppe Urso e Gaetano Murana. 

Il pentimento di Gasparre Spatuzza che denunciò  il depistaggio delle prime indagini, portò alla sospensione delle pene per Profeta, Scotto, Vernengo, Gambino, La Mattina, Urso e Murana, ingiustamente accusati.

Il processo ter

Il processo ter si concluse nel 2006. Furono inflitte  condanne a vita a Bernardo Provenzano, Pippo Calò, Michelangelo La Barbera, Raffaele e Domenico Ganci, Francesco e Giuseppe Madonia, Giuseppe e Salvatore Montalto, Filippo Graviano, Cristoforo Cannella, Salvatore Biondo il ”corto” e Salvatore Biondo il ”lungo”, Giuseppe Farinella, Salvatore Buscemi, Benedetto ”Nitto” Santapaola, Mariano Agate, Benedetto Spera. Furono condannati anche altri quattro pentiti.

Il processo quater

Nel Borsellino quater furono condannati  all’ergastolo due capimafia Salvatore Madonia e Vittorio Tutino colpevoli di  strage e i tre falsi pentiti Calogero Pulci (che ha avuto dieci anni), Francesco Andriotta (9 anni e 6 mesi) e Vincenzo Scarantino, uscito di scena per la prescrizione delle accuse.

A luglio 2022  tribunale di Caltanissetta ha dichiarato prescritte le accuse contestate a Mario Bo e Fabrizio Mattei, due dei tre poliziotti accusati di avere depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta. Erano imputati di calunnia aggravato nell’aver favorito la mafia.

«Non entro nel merito della sentenza, ma trascorsi trent’anni dalla strage nella quale morirono il giudice Paolo Borsellino ed i componenti della sua scorta, non mi rimane che prendere atto di una giustizia che – su quell’evento – non c’è stata e non potrà mai esserci, e di una verità che emerge in maniera soltanto parziale, che non spiega ancora la genesi delle stragi», ha dichiarato Giuseppe Ciminnisi, coordinatore nazionale dei familiari di vittime innocenti di mafia.

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Immagine di copertina: Alqamah