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  • Giovani, le proposte dei partiti

    Giovani, le proposte dei partiti

    Secondo i dati Eurostat in Italia lo stipendio percepito dei giovani di età compresa tra i 18  e i 24 anni è tra i più bassi d’Europa. Pertanto i giovani lavorano poco e  il lavoro che svolgono è un lavoro “povero” in termini di competenze e compensi.
    L’Italia è anche il paese che ha la più elevata percentuale dell’Ue dei cosiddetti “neet”, ovvero ragazze e ragazzi fra i 20 e i 34 anni di età che non lavorano, non studiano e non sono coinvolti in altri tipi di percorsi formativi e di avviamento al lavoro. Questo è uno dei tanti aspetti emersi dal rapporto Oxfam, “Disuguitalia”. Alla luce di questi dati sconfortanti, si aggiunge il problema dell’astensionismo. Stando alle ultime rilevazioni, il 42,5% degli under 35 si asterrà.

    Vediamo le principali misure proposte dai partiti e coalizioni.

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    Le proposte del centro destra

    Fratelli d’Italia propone l’istituzione del “diritto allo sport, all’arte e alla cultura” attraverso la creazione di luogghi dove praticarli. La scuole devono essere il centro nevralgico del territorio, e anello di congiunzione tra famiglia e istituzioni.

    Si parla anche di lotta senza quartiere ai trafficati e agli spacciatori, attraverso campagne di sensibilizzazione e prevenzione sul consumo di alcol e droghe.

    Per debellare la piaga della disoccupazione giovanile, Fratelli d’Italia propone zero tasse per  giovani under 30 che si mettono in gioco e incentivi per le aziende che assumono ragazzi. Inoltre, è previsto un potenziamento del sistema degli incubatori per le start up costituite da zero.

    Al fine di permettere i giovani di acquistare una casa si propone un rafforzamento del fondo di garanzia statale per il muto e riduzione delle imposte per la prima casa.

    La Lega propone di rivedere i piani di studio scolastici e universitari, proiettandoli più verso l’avviamento al lavoro. Per il supporto alle assunzioni viene proposta una riduzione dell’imponibile per i giovani lavoratori che vengono assunti.

    Per stimolare gli investimenti e l’imprenditoria giovanile, sono previsti sgravi fiscali, accessi al credito, detrazioni e altre tipologie di esenzioni.

    Forza Italia propone salario e stipendio minimo di 1000€ per apprendistato, praticantato e lavoro a tempo determinato. Investimenti in decontribuzione e percorsi professionali. Inoltre, sono proposti mutui agevolati per i giovani che acquistano la prima casa, supporto all’imprenditoria giovanile, potenziamento degli strumenti di finanziamento per gli studenti che vogliono svolgere esperienze all’estero e incentivi per le imprese artigianali. In questi casi non sono chiare le coperture finanziarie.

    Le proposte del centro sinistra

    Il Partito Democratico propone una dotazione di 10.000 euro, erogata al compimento dei 18 anni sulla base dell’ISEE familiare, per coprire le spese relative alla casa, all’istruzione e all’avvio di un’attività lavorativa. I costi di questa misura saranno prevalentemente coperti dagli introiti aggiuntivi derivanti dalla modifica dell’aliquota dell’imposta sulle successioni e donazioni superiori ai 5 milioni di euro (pari allo 0,2% del totale delle eredità e donazioni in Italia).

    L’abolizione degli stage gratuiti e controlli rigidi sui tirocini che dovranno durare un massimo di tempo, aiuti per i giovani che vogliono acquistare casa attraverso il potenziamento del Fondo di garanzia mutui, l’introduzione di una pensione di garanzia, e abbassare a 16 anni il diritto di voto. Per il fondo e le pensioni di garanzia non sono chiare le coperture finanziarie.

    Le proposte del Movimento 5 Stelle

    Il Movimento 5 Stelle propone una pensione di garanzia giovani, il riscatto gratuito della laurea, incentivi per l’imprenditoria giovanile, sostegno e sgravi per i giovani che vogliono acquistare la prima casa e incentivi per chi assume gli under 36. Il programma elenca solo in modo generale i  punti, e anche qui non si spiegano le coperture finanziarie.

    Le proposte di Azione e Italia Viva

    Il cosiddetto “Terzo polo” per i giovani propone incentivi all’imprenditoria giovanile, il rafforzamento  della transizione tra scuola e lavoro, la riforma del programma “Garanzia Giovani”, il contrasto dell’uso improprio dei tirocini extracurriculari, la semplificazione per l’accesso alle professioni e investimenti nelle competenze digitali.

    Ascolta “Il punto della giornata” su Spreaker.


  • La narrazione sui giovani “choosy” smentita dai dati

    La narrazione sui giovani “choosy” smentita dai dati

    Ogni anno, in concomitanza della stagione estiva, ristoratori e proprietari di locali lamentano di non riuscire a trovare persone, soprattutto giovani, da assumere (cuochi, camerieri…). Secondo questi imprenditori la colpa sarebbe del Reddito di cittadinanza. 

    L’anno scorso a rincarare la dose ci ha pensato, un politico e amministratore, il presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, secondo cui non si  trovano più lavoratori perchè preferiscono il reddito di cittadinanza.

    Poi è seguito l’appello ai giovani di Guido Barilla, da 30 anni Presidente del gruppo famigliare,:” Non sedetevi su facili situazioni, abbiate la forza di rinunciare ai sussidi facili e mettetevi in gioco. Entrate nel mercato del lavoro, c’è bisogno di tutti e specialmente di voi.

    Le parole di Barilla hanno creato un certo sdegno tra i ragazzi e non solo. Tra le tante risposte c’è stata quella di Robi99: “Fresca di laurea, non so quanti CV ho inviato a Barilla. Di sicuro non ero adeguata ai loro standard, ma avessi mai ricevuto, una sola volta, una risposta anche negativa, anche preconfezionata. Prima di parlare di mettersi in gioco, magari cominciate a rispettarli, i giovani.”

    Quest’anno si sono aggiunte le “sagge” parole del noto chef Alessandro Borghese, che si dice sempre in cerca di personale, ma fatica a trovare nuovi profili da inserire. Secondo lo chef, i ragazzi peccano di devozione al lavoro e di umiltà. E aggiunge:“Sarò impopolare, ma non ho alcun problema nel dire che lavorare per imparare non significa essere per forza pagati. Io prestavo servizio sulle navi da crociera con “soli” vitto e alloggio riconosciuti. Stop. Mi andava bene così: l’opportunità valeva lo stipendio. Oggi ci sono ragazzetti senza arte ne parte che di investire su se stessi non hanno la benché minima intenzione. Manca la devozione al lavoro, manca l’attaccamento alla maglia”.

    Della stessa idea di Borghese è anche l’imprenditore Flavio Briatore.

    E’ tutta colpa del Reddito di cittadinanza?

    La difficoltà di trovare personale è un problema che si ripresenta ogni anno e ancora prima del Rdc.

    Come spiegano i promotori della campagna “Mai più sfruttamento stagionale”, la questione dello sfruttamento nel settore della ristorazione e dell’alberghiero, non è limitato a qualche mela marcia, ma è strutturale, cioè ha cause sociali, economiche e culturali. E chi paga le conseguenze sono soprattutto i giovani e le donne.

    L’anno scorso ha fatto molto scalpore il video inchiesta di Repubblica che raccontava l’esperienza di uno dei tanti lavoratori stagionali, costretti a lavorare in condizioni poco edificanti, con paghe risicate e turni massacranti.

    Francesca Coin, docente di sociologia alla Lancaster University, nel Regno Unito, ha spiegato a Valigia Blu che in Italia si sta vivendo un abuso della narrazione “il lavoro c’è, ma i lavoratori preferiscono il Rdc”. La finalità è quella di mistificare le ragioni della disoccupazione in Italia. Sarebbe onesto e rischioso dire che da 30 anni in Italia la politica ha smantellato il sistema produttivo italiano. Piuttosto che affrontare il problema, si preferisce dare colpa ai giovani.

    In merito al Rdc, per quanto necessiti di cambiamenti, non pone cifre tali da mettere in competizione il valore del sussidio con quello dei salari. Secondo i dati dell’Inps, tra gennaio e aprile 2021 l’importo medio del reddito di cittadinanza è stato di 580 euro. Si tratta di una cifra poco competitiva con uno stipendio almeno dignitoso.

    L’Italia non è un Paese per giovani

    A screditare questa narrazione che diversi giornali e televisioni raccontano, ci pensano i dati. Secondo l’Istat negli ultimi dieci anni il numero di emigrati italiani è aumentato costantemente. Nel 2019, 68 mila italiani tra i 18 e 39 anni si sono trasferiti all’estero.

    Secondo il Rapporto realizzato dal Consiglio Nazionale dei Giovani con il supporto dell’Eures, su un campione nazionale di 960 giovani, solo il 37,2% dispone di un lavoro stabile, mentre il 26% è un giovane “precario” con contratto a termine, il 23,7% risulta disoccupato al momento dell’intervista e il restante 31,1% è studente -lavoratore. Una elevata discontinuità lavorativa caratterizza il 33,3% dei giovani intervistati, mentre 4 su 10 hanno lavorato per l’80% del tempo;  il restante 26,6% indica una “discontinuità moderata”.

    All’interno di questo scenario non stupisce che la maggioranza degli intervistati dichiara di ricevere una retribuzione inferiore ai 10 mila euro annui, mentre per il 33,7% del campione questa risulta compresa tra 10 e 20 mila euro e soltanto nel 7,4% dei casi supera i 20 mila euro (cioè 1.650 euro mensili).

    In queste condizioni  per i giovani il percorso per l’autonomia rimane un sogno quasi irraggiungibile: il 53% degli under 35 vive ancora in famiglia, mentre solo il 37,9% vive da solo o con il partner.

    Secondo il dossier il 54,6% dei ragazzi ha avuto un lavoro senza contratto.  Il 61,5% ha dichiarato di aver accettato un lavoro sottopagato, il 37,5% di aver ricevuto pagamenti inferiori a quelli pattuiti e il 32,5% di non essere stato pagato affatto per il lavoro svolto, in assenza di garanzie a loro tutela. Inoltre, il 13,6% dei giovani ha dichiarato di aver subito durante l’esperienza lavorativa molestie o vessazioni.

    Lo stesso ministro del Lavoro, Andrea Orlando, ammette che  l’occupazione giovanile è  un’emergenza che merita immediate soluzioni. 

    Leggi anche IL PARLAMENTO EUROPEO CONDANNA I TIROCINI GRATUITI, MA BOCCIA L’EMENDAMENTO CHE LI VIETA


  • Decreto Covid, concorsi Pa: i giovani temono di essere esclusi

    Decreto Covid, concorsi Pa: i giovani temono di essere esclusi

    Il Decreto Legge n.44 del 1 aprile 2021  definisce le nuove regole per sbloccare i concorsi già banditi, per quelli che saranno banditi durante lo stato di emergenza e per quelli a regime.
    A prima vista sembrerebbe una buona notizia,  ma per gli addetti l’impianto concorsuale penalizza i giovani. 

    L’art 10 D.L 44/21

    La norma contestata è l’artt 10 del D.L 44/21, in particolare la lettera c) del primo comma, che prevede in deroga all’ordinaria disciplina dei concorsi “una fase di valutazione dei titoli legalmente riconosciuti ai fini dell’ammissione alle successive fasi concorsuali. I titoli e l’eventuale esperienza professionale, inclusi i titoli di servizio, possono concorrere alla formazione del punteggio finale”.

    Questo significa che la prova preselettiva si basa sui titoli di studio, in tal modo si penalizzano coloro che non hanno una laurea, ma anche i neolaureati che, pur avendo superato tutte le prove (preselettiva, scritto e orale), si vedrebbero superati da coloro che hanno i titoli di servizio.

    I dubbi di costituzionalità

    Gli addetti al settore ritengono l’articolo del decreto -legge  incostituzionale, in base all’artt. 51 della Costituzione secondo il quale:” Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti previsti dalla legge” e all’artt.97  comma 4 secondo cui “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, slavo i casi previsti dalla legge.

    Sentenza n.213/2010 della Corte Costituzionale

    Non è la prima volta che il legislatore introduce una selezione per titoli, soprattutto a livello regionale, per tale motivo sulla materia si è formata una giurisprudenza. La Corte Costituzionale  nella sentenza n. 213 del 2010, afferma che il concorso pubblico è la forma generale e ordinaria per il reclutamento nel pubblico impiego, e può derogarsi solo in presenza di peculiari situazioni giustificatrici, nell’esercizio della discrezionalità che trova il suo limite nell’artt 51 e artt 97 primo comma della Costituzione.

    La Corte chiarisce che “l’accesso al concorso può essere anche condizionato dal possesso di requisiti fissati dalla legge, allo scopo di consolidare pregresse esperienze lavorative maturate nell’ambito dell’amministrazione, purché l’assunzione nell’amministrazione pubblica non escluda o irragionevolmente riduca, attraverso norme di privilegio, le possibilità di accesso per tutti gli altri aspiranti, con violazione del carattere pubblico del concorso (sentenze n. 34 del 2004 e n. 141 del 1999).”

    L’orientamento della Corte è di permettere l’accesso sia a coloro che hanno pregresse esperienze e sia agli aspiranti che intendono intraprendere una carriera nella Pa.