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Tanzania, i nativi masai rischiano di essere cacciati dalle loro terre

Oltre 70.000 nativi masai della Tanzania rischiano di essere espulsi dalle loro terre ancestrali nella zona di Loliondo per fare spazio alla realizzazione di “aree conservazione” e per attività  attrattive turistiche.

Il 9 giugno le autorità della Tanzania hanno avviato le operazioni di demarcazione di un’area protetta di circa 1500 chilometri quadrati, incontrando la resistenza pacifica dei masai. La reazione delle forze di sicurezze tanzaniane è stata brutale e decine di manifestanti sono stati feriti a causa dell’uso sconsiderato dei gas lacrimogeni e dai proiettili. Sono state arrestate decine di persone, tra le quali avvocati e consiglieri comunali masai. Secondo notizie non confermate, vi sarebbero stati alcuni morti.

“Ciò che è in corso a Loliondo si sta rapidamente trasformando in una catastrofe umanitaria, che rivela il vero volto della conservazione” ha detto oggi Fiore Longo di Survival International. “Sparano contro i Masai solo perché loro vogliono vivere in pace nelle loro terre ancestrali, li attaccano per far spazio alla caccia da trofeo e alla ‘conservazione’. Molti dei Masai che oggi subiscono violenze erano già stati sfrattati nel 1959 dal Serengeti, dai funzionari coloniali britannici: di fatto, quella di oggi non è altro che una continuazione del passato coloniale.”

“La violenza che vediamo in Tanzania è la realtà della conservazione in Africa e Asia: violazioni quotidiane dei diritti umani dei popoli indigeni e delle comunità locali per permettere ai ‘ricchi’ di cacciare e fare safari” ha continuato Fiore Longo. “Questi abusi sono sistematici e sono il risultato di un modello di conservazione dominante, che ha le sue radici nel razzismo e nel colonialismo. L’idea che vi sta dietro è che all’interno delle Aree Protette gli umani – e in soprattutto i non bianchi – siano una minaccia per l’ambiente. Ma i popoli indigeni vivono in queste aree da generazioni: quei territori oggi sono aree importanti per la conservazione proprio perché i suoi abitanti originari si sono presi cura così bene di fauna e flora. Non possiamo più chiudere un occhio di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse nel nome della ‘conservazione’. Questo modello di conservazione è profondamente disumano e inefficace, e deve cambiare immediatamente.”

Loliondo non è un caso isolato

Nel 1992 il governo della Tanzania ha affittato l’intera zona di Loliondo a scopo di caccia a una compagnia degli Emirati Urabi uniti.

Le operazioni di sicurezza in corso sono il quarto tentativo di sgomberare i masai dalle zone in cui svolgono attività di pastorizia. Nel 2009, 2013 e 2017 erano stati sgomberati i villaggi di Ololosokwan, Olorien, Kirtalo e Arash.

Il 25 settembre 2018 la Corte di giustizia dell’Africa orientale aveva chiesto alla Tanzania di sospendere gli sgomberi dei masai in attesa della sentenza su un ricorso presentato dalla comunità. La sentenza è prevista il 22 giugno 2022 ma gli sgomberi sono già iniziati.

A proposito di “aree protette”

La prossima settimana al vertice della Convenzione sulla diversità biologica, i leader mondiali prevedono di accordarsi per convertire il 30% della Terra in “Aree Protette” entro il 2030.

Le Ong della conservazione si oppongono perchè sostengono che mitigherà i cambiamenti climatici, ridurrà la perdita di vita selvatica, aumenterà la biodiversità e di conseguenza salverà il nostro ambiente. Questo non solo è sbagliato, ma anche pericoloso. In molti casi  queste cosiddette aree protette si aprono al turismo di massa, caccia e alle attività estrattive.

 

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Fonti: survival.it

Amnesty International

Immagine di copertina: Pixabay